La nostra storia

Per secoli la pianura veneta è stata coltivata con cura e passione da un unico grande popolo, unito nella cultura e nel territorio. Da millenni in questa zona si alleva la vite e ne sono passati quasi tre dalla prima vendemmia.
Il dominio di Roma, il passaggio dei barbari e le grandi invasioni, le carestie e le epidemie, l’avvento del monachesimo e non ultimo lo splendore della Serenissima, hanno stretto nel corso del tempo il legame tra gli abitanti della pianura. Gli eventi storici e climatici, infatti, sono stati alla base delle congiunture che hanno determinato tanta omogeneità ambientale e culturale nei territori delle attuali province di Treviso e Venezia, tanto che oggi la produzione vitivinicola delle due aree è pressoché la medesima.

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L’intera area riconducibile all’attuale zona compresa tra i fiumi Tagliamento, Lemene, Livenza e Piave, era interessata alla coltura della vite già in epoca preromana. Rimane però ben poco a testimonianza della presenza del vino tra la popolazione Paleoveneta, mentre i veri albori della vitienologia di questo comprensorio si possono far risalire all’arrivo dei Romani.
Con il dominio romano, infatti, la vite selvatica (la lambrusca) venne sostituita con varietà di maggior pregio portate dai coloni e appartenenti ad altre terre conquistate.

Nell’ 89 a.C. ebbe inizio la costruzione di una vasta area di pianura che comprendeva anche il territorio di Treviso e Oderzo, purtroppo però queste terre si trovavano troppo vicine alle Alpi e appena l’Impero Romano mostrò i primi segni del suo declino, troppo spesso le invasioni barbariche distrussero con foga selvaggia quanto operosamente composto. I campi coltivati vennero rovinati, le vie consolari (la Postumia e l’Annia) rese per lunghi tratti invisibili, alberi e viti furono sradicati e bruciati.
Sotto il regno di Teodorico, fortunatamente la vita dei campi e il riordino delle colture occuparono una popolazione sempre maggiore che si dedicò al ripristino delle colture.

La viticoltura veneziana, invece, cominciò nell’agro concordiese attorno al 42 a.C. e nell’agro di Altino, dove i ritrovamenti archeologici sono stati numerosi, dagli strumenti di produzione e conservazione ai monumenti.
Un riferimento letterario esplicito alla coltivazione della vite nella zona dell'Alto Adriatico, attorno ad Aquileia e a Concordia, è di Erodiano, uno scrittore greco del III secolo d. C.: «La regione - scrive - era assai ricca di vigneti, per cui riforniva di vino con grande abbondanza i popoli che non coltivavano la vite». Nel 735 Erfo e Marco, figli del duca del Friuli, eressero in questa zona il monastero di Santa Maria in Sylvis che, grazie ad una Chartula Donationis, dotarono di numerosi curtis, ovvero centri agricoli attrezzati. Trecento anni dopo i vescovi concordiesi vollero la costruzione dell’Abbazia di Summaga, affidata ai benedettini, che a sua volta contribuì all’espansione delle terre coltivate a vite e frumento. Furono proprio avvenimenti come questi, legati al diffondersi dei monasteri, che salvarono la viticoltura nel corso dei secoli. Nacquero così monasteri in tutta l’area e al già citato Santa Maria in Sylvis di Sesto al Reghena e all’Abbazia di Summaga, si unirono il monastero di S. Maria e S. Fosca di Treviso, il monastero dei Santi Pietro, Paolo e Teonisto di Casier, ed altri ancora di dimensioni inferiori, ma tutti dedicati al comune sforzo di migliorare l’uso della terra.

Intorno al Mille si intensificò l’interesse di Venezia per la terraferma e alcune importanti famiglie cominciarono ad acquistare proprietà terriere allo scopo di avviare lo sviluppo agricolo di cui la città aveva bisogno per soddisfare la domanda, soprattutto dei meno abbienti, senza dover per forza ricorrere a prodotti importati. Il vino entrò nei costumi quotidiani e così sorsero regolamenti atti a disciplinare la vendita, il commercio, il prezzo e le misure di questa bevanda. Nel XIV secolo tutto il Veneto e il Friuli passarono sotto il dominio di Venezia. I nobili e i borghesi cominciarono ad investire i loro immensi capitali nella terraferma: vennero costruiti nuovi edifici, nuove ville, complessi aziendali per l’attività agricola (case coloniche, stalle, magazzini, cantine). La vite si espanse in tutta la Marca Trevigiana e nella Diocesi concordiese ed anche la qualità dell’uva e del vino cominciò ad elevarsi. Il commercio del vino venne poi pesantemente regolato da Venezia che impose dazi e misure atte a ridurre l’esportazione, così il vino prodotto doveva gravitare principalmente attorno a Venezia e molto spesso con minor tornaconto economico per chi lo produceva. Anche se si può considerare aristocratica, la nuova viticoltura e la nuova enologia che nacquero sotto la spinta delle nobili e potenti famiglie veneziane, furono comunque di grande utilità alla classe contadina che acquisì nuove informazioni e nuove tecniche di vigneto e di cantina.

Il fatidico inverno del 1709 però portò con se una tremenda gelata che spogliò le campagne trevigiane e veneziane dei suoi vigneti. Questo triste evento unito alla decadenza della Serenissima, inflisse un gravissimo colpo alla viti-vinicoltura che poté riprendersi solo dopo la Grande Guerra. Tuttavia, al termine della sua esistenza, la Repubblica di San Marco favorì un importante avvenimento: la nascita dell’Accademia di Agricoltura di Treviso nel 1769 e di quella di Conegliano l’anno successivo. All’inizio del ’900 una ulteriore infestazione danneggiò i vitigni di Treviso e Venezia, la filossera. Questo nuovo attacco, però, rafforzò il processo di rinnovamento con l’introduzione di nuovi vitigni di origine francese. Ma il XX secolo sarà ricordato come quello delle sperimentazioni, dell’introduzione del palo secco, della coltura e della potatura razionale. Ora, all’inizio del XXI secolo e del Terzo Millennio, la produzione viticola delle province di Treviso e Venezia rappresenta un’eccellenza che contribuisce a fare del Veneto una delle regioni enoiche italiane maggiormente quotate.